La tensione commerciale tra Stati Uniti ed Europa si riaccende violentemente sotto la nuova amministrazione Trump. L'annuncio di tariffe universali da parte del presidente americano ha già innescato una reazione a catena che rischia di tramutarsi nella più grande guerra commerciale degli ultimi decenni.
Bruxelles non ha esitato a rispondere, preparando contromisure immediate mentre analisti di tutto il mondo iniziano a valutare gli effetti potenzialmente devastanti su diversi settori economici, con particolare attenzione all'industria tecnologica e delle telecomunicazioni, già fragile per le interruzioni delle catene di approvvigionamento degli ultimi anni.
La presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha espresso preoccupazione in termini inequivocabili durante il suo intervento a Samarcanda:
"L'annuncio del presidente Trump è un duro colpo per l'economia mondiale. Deploro profondamente questa scelta".
Le sue parole riflettono la gravità della situazione, sottolineando come l'incertezza generata dalle nuove politiche protezionistiche rischi di produrre effetti a cascata su scala globale, colpendo imprese di ogni dimensione.
L'interscambio commerciale tra i due giganti economici è massiccio e vitale per entrambe le sponde dell'Atlantico. L'America rappresenta il principale acquirente di prodotti europei, mentre l'UE costituisce il mercato di esportazione più importante per le merci statunitensi, superando anche partner storici come Canada e Messico. Un dato che rende ancora più pericoloso questo braccio di ferro commerciale.
Telecomunicazioni nel mirino
Il settore delle telecomunicazioni potrebbe essere tra i più colpiti da questa escalation. Un'analisi condotta da PwC evidenzia come i dazi potrebbero far lievitare l'impatto tariffario per l'industria tecnologica americana da 13 a ben 139 miliardi di dollari annui. Un salasso che potrebbe trasformarsi in un boomerang proprio per le compagnie statunitensi, che dipendono fortemente dalle importazioni di componenti e attrezzature di rete da paesi come Cina, Taiwan, Messico e vari stati europei, Italia inclusa.
Le telco americane, in particolare, rischiano di vedere aumentare significativamente i costi di importazione delle apparecchiature di rete, con ripercussioni dirette sugli investimenti infrastrutturali in un momento critico per lo sviluppo delle reti di nuova generazione. Non si tratta soltanto di un problema di costi operativi, ma di una potenziale ridefinizione delle strategie di investimento a lungo termine.
Gli analisti della Columbia Business School prevedono inoltre un effetto domino sui prezzi al consumo, con le aziende costrette a trasferire i costi aggiuntivi sui clienti finali. Questo potrebbe innescare una spirale negativa: prezzi più alti porterebbero a una riduzione della spesa dei consumatori, rallentando la crescita economica e, potenzialmente, determinando tagli occupazionali mentre le aziende cercano di mantenere in equilibrio costi e margini in un contesto sempre più complicato.
Il caso di Nvidia e Foxconn è emblematico: il loro progetto per la costruzione di una fabbrica a Guadalajara, in Messico, destinata alla produzione di server per l'intelligenza artificiale, potrebbe subire contraccolpi significativi. I nuovi dazi rischiano di compromettere investimenti strategici già pianificati, aumentando i costi operativi e influenzando negativamente le decisioni di espansione futura.
Particolarmente vulnerabile appare anche la filiera dei dispositivi connessi, con gli smartphone in prima linea. L'aumento dei costi di produzione e importazione potrebbe tradursi in prezzi significativamente più alti per i consumatori, con un effetto a catena sulla domanda e, conseguentemente, sui volumi di vendita e produzione dell'intero settore.
Un'opportunità inattesa per il cloud europeo
Nella tempesta commerciale che si profila all'orizzonte, emerge però un potenziale scenario positivo per l'Europa: il rafforzamento dell'ecosistema cloud sovrano. Secondo il CISPE (Cloud Infrastructure Services Providers in Europe), questa crisi potrebbe accelerare lo sviluppo di un'infrastruttura cloud indipendente nel Vecchio Continente, proteggendo i dati europei da accessi non autorizzati e interferenze esterne.
Le normative UE sugli appalti pubblici potrebbero cogliere l'opportunità di questa guerra commerciale per dare priorità a soluzioni cloud sviluppate in Europa, supportando l'infrastruttura locale anche a livello di intelligenza artificiale. Gli esperti stimano che se solo il 10% degli acquisti cloud pubblici in Europa adottasse le etichette Gaia-X, si potrebbero iniettare circa 20 miliardi di euro all'anno nell'infrastruttura tecnologica europea.
L'Unione Europea, pur preferendo lavorare con gli Stati Uniti per ridurre le barriere commerciali piuttosto che innalzarne di nuove, ha già dichiarato la propria prontezza a rispondere. Von der Leyen ha confermato che Bruxelles sta "già finalizzando il primo pacchetto di contromisure in risposta ai dazi sull'acciaio" e si sta preparando per "ulteriori contromisure per proteggere i nostri interessi e le nostre imprese se i negoziati dovessero fallire".
La sovranità tecnologica europea potrebbe quindi ricevere un impulso inaspettato da questa situazione di crisi, con le istituzioni pubbliche chiamate a favorire soluzioni cloud europee, giustificando ogni scelta differente. Un approccio che, se implementato con coerenza e visione strategica, potrebbe trasformare una minaccia commerciale in un'opportunità di emancipazione tecnologica per il continente.
Mentre i dazi si avviano a diventare esecutivi nei prossimi giorni, l'intera industria tecnologica e delle telecomunicazioni si trova a dover fare i conti con uno scenario in rapida evoluzione, caratterizzato da incertezza normativa e potenziali ristrutturazioni delle catene di approvvigionamento globali. Una sfida che richiederà adattabilità, resilienza e una profonda revisione delle strategie commerciali su entrambe le sponde dell'Atlantico.